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SOLITUDINE E RIFLESSIONE

Writer: Melania Campobasso
Melania Campobasso
Aug 25, 2025
3 min read

“Non ho paura delle altezze. Ho paura di cadere.”


L’altra sera dopo svariati minuti a scrollare la mia lista infinita di film da vedere / recuperare ho deciso di vedere uno di quelli che mi era stato consigliato da molto tempo che puntualmente rimandavo e che a mia insaputa è stata una piacevole sorpresa, o forse come diciamo ultimamente io e il mio migliore amico “devi essere nel mood giusto per comprendere determinate pellicole”.



Il film in questione è PARIS, TEXAS , film drammatico del 1984 diretto dal regista tedesco Wim Wenders, che tutti conosciamo per Perfect Days. È una storia intensa e poetica che segue Travis, un uomo misterioso che riemerge dal deserto dopo anni di silenzio e assenza, per ricostruire il rapporto con suo figlio e ritrovare la moglie perduta. Il titolo richiama una cittadina del Texas, simbolo di un sogno mai realizzato e di una famiglia da ricucire. Il film insieme a queste premesse si aggiudicò la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1984.


Perché ho scelto di parlare di Paris, Texas? Perché è un film che non si guarda soltanto: si attraversa. È una pellicola intensa, pesante, che dura ben due ore e ventisette minuti, eppure ogni minuto è necessario per entrare nel silenzio e nel dolore del protagonista. Come spesso accade nei film di Wim Wenders, c’è questa figura dell’uomo silenzioso, che non parla, che sembra quasi svuotato. Ma quando finalmente apre bocca, lo fa per raccontare la sua storia, il suo passato, e lo fa in modo così sincero da lasciarti senza fiato.


Già dai primi fotogrammi si intuisce che Travis è alla ricerca di qualcosa. Lo vediamo camminare, attraversare paesaggi desertici, con una meta ben precisa nella testa, anche se non la condivide con nessuno. Quando rincontra il fratello, c’è quasi un senso di disagio: il fratello non riesce a comprendere il dolore che Travis porta dentro, non capisce il senso di quel viaggio durato quattro anni. E forse è anche comprensibile. Perché il dolore, quando non lo si vive, resta invisibile. E Paris, Texas è proprio questo: un film che rende visibile l’invisibile.


Il viaggio che Travis compie in Paris, Texas non è solo una ricerca della sua ex compagna. È un viaggio per capire. Per fare i conti con se stesso. E questo lo scopriamo davvero solo alla fine, quando si ritrova faccia a faccia con Jane. In quella scena straziante, lui le racconta una storia che è chiaramente la loro. Non lo dice apertamente, ma è il suo modo per dire: “Ho riflettuto su tutto quello che è successo. Ora sono qui per dirtelo. Per chiederti scusa. E lo faccio mettendomi da parte.”

Travis ha messo da parte quei quattro anni di silenzio, è tornato a Los Angeles con il fratello, ha cercato di ricostruire un rapporto con suo figlio, e alla fine lo porta da lei. È un gesto di amore, ma anche di redenzione. Non chiede nulla per sé. Vuole solo rimettere a posto ciò che ha rotto.

Il fatto che il fratello lo ritrovi nel deserto sembra quasi opera del caso. Travis è svenuto in una baracca, con un biglietto da visita in tasca. Se non fosse successo, probabilmente avrebbe continuato a vagare, portandosi dietro il peso del dolore che ha causato. Ma il destino lo mette davanti a Walt, che lo riporta a casa. Come una coscienza che gli dice: “Ora basta. Assumiti le tue responsabilità. Prendi questo bambino e fanne qualcosa.”



Guardando il film, lo capisci piano piano. Ma è solo riflettendoci dopo che ti rendi conto di quanto sia intenso. Non è facile portare certi temi sul grande schermo e Wim Wenders ci riesce con una delicatezza disarmante.


Travis è un antieroe. Il suo è un viaggio profondo, esistenziale. Il film parla di relazioni tossiche, di solitudine, di quanto a volte sia meglio stare da soli e farsi un esame di coscienza. Ed è proprio quello che fa lui. Paris, Texas ti colpisce come un’onda: silenziosa, ma potente.


La regia è magistrale. Le sequenze, il montaggio, e la scena dell’attraversamento del ponte: tutto comunica il suo smarrimento, la sua incapacità di riconnettersi con il mondo. L’uso dei colori è potente, la fotografia è poetica. E alla fine, resta la solitudine. E il tentativo, fragile ma sincero, di riconnettersi.



Quindi per rispondere alla domanda iniziale , è un film che ti accompagna, ti interroga, ti costringe a guardarti dentro. È una storia che parla di solitudine, di perdono, di legami spezzati e ricuciti, che parla di tutti noi: di chi ha sbagliato, di chi ha perso, di chi cerca un modo per tornare. È un film che mi ha insegnato che a volte il viaggio più difficile non è quello attraverso il deserto, ma quello dentro di sé e Travis non è un eroe, ma è umano.


E in quella sua umanità c’è qualcosa che ci riguarda tutti.

Melania

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